Dati aperti e ricerca ambientale: un’indagine interessante

La settimana scorsa è stato pubblicato  su PLOS One l’articolo Open Data in Global Environmental Research: The Belmont Forum’s Open Data Survey.

L’articolo presenta i risultati del sondaggio del  Belmont Forum sugli Open Data somministrato alla comunità della ricerca ambientale mondiale e agli amministratori delle infrastrutture sui dati sull’ambiente. La lettura di questa indagine è utile al fine di comprendere che cosa questa comunità percepisce come open data, quali siano le aspettative sulle funzionalità delle infrastrutture, quali siano le barriere e al medesimo tempo i fattori determinanti per la condivisione dei dati degli utenti.

Una vasta gamma di esempi di buone pratiche è emersa dalle interviste: c’è un’adozione diffusa dei principi della condivisione dei dati nelle infrastrutture digitali usate da questa comunità, ma con ampio margine di miglioramento in particolare sul piano delle politiche e degli indirizzi.

L’indagine ha visto la partecipazione di 80 paesi per un totale di 1248 risposte. I partecipanti erano data users, data providers, data managers,  provenienti prevalentemente dal mondo accademico. Le risposte, che riflettono anche i diversi ruoli degli intervistati, mostrano che quando si parla di dati aperti è determinante:

  •  avere informazioni sufficienti per valutare la qualità dei dati:
  •  avere metadati di buona qualità;
  •  facilitare l’accesso e il riuso dei dati;
  • avere una buona conoscenza delle licenze di uso, la qual cosa non è molto diffusa.

Con riferimento all’infrastruttura le funzionalità ritenute più importanti riguardano l’authorship, l’attribuzione e l’esistenza identificatori persistenti per le citazioni, mentre invece tematiche quali l’interoperabilità e la certificazione dell’infrastruttura non sono percepite come prioritarie.

L’indagine indica che i dati aperti appaiono fondamentali per l’avanzamento della ricerca; fra i  principali fattori  motivanti sono citati:

  • l’accelerazione della ricerca scientifica e delle sue applicazioni;
  • le motivazioni personali;
  • la disseminazione e il riconoscimento dei risultati della ricerca;
  • il committment personale ai dati aperti e le richieste da parte di altri utenti.

Seguono poi le policy degli enti finanziatori, quelle delle società professionali, delle istituzioni e quelle degli editori, citate ma meno determinanti. Altri fattori motivanti indicati da alcuni degli intervistati sono  il ranking dei dati, le citazioni e le metriche applicate ai dati.

A proposito delle barriere a pubblicare i dati aperti è emerso:

  • specialmente per i giovani ricercatori, il desiderio di pubblicare i risultati prima di rendere noti i dati;
  • gli  obblighi legali;
  • l’assenza di riconoscimento e di credito;
  •  la possibilità di interpretazioni e usi cattivi dei dati.

Tra i desideri invece è emersa la richiesta di migliorare l’accesso ai dati  sul clima di alcuni paesi (Cina, India, Russia, Asia, Sud America, Francia e in generale nelle aree in via di sviluppo), il contributo da parte dei repository OA, anche istituzionali, per i “long tail” data; l’accesso ai dati del settore privato e ai dati economici e la necessità di standard, ad esempio nell’ambito dell’oceanografia.

Sono poi esaminati  fattori motivanti e le barriere a seconda delle varie discipline e dei vari paesi.

Chiunque si occupi di dati della ricerca troverà la lettura delle sedici pagine dell’articolo interessante e ricca di spunti, sebbene limitata ad un’area disciplinare  ampia ma specifica.

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