La proposta della Max Planck Gesellschaft: una rivoluzione alle porte?

Paola Galimberti ha  pubblicato su Roars un articolo dal titolo  “La rivoluzione alle porte? grandi manovre in corso su editoria scientifica e Open Access“,  dedicato alla proposta della Max Planck Digital Library che avevamo già a suo tempo segnalato:

A circa 15 anni dall’avvio del movimento dell’accesso aperto i risultati non sono quelli sperati. Per quanto riguarda il modello gold open access (paga chi pubblica perché tutti possano leggere), in questo momento i costi risultano difficilmente sostenibili se si affiancano a quelli per gli abbonamenti. È possibile allora pensare a una transizione dell’intero sistema delle pubblicazioni scientifiche dal modello degli abbonamenti al modello open access senza ulteriori costi, trasformando quanto ora si paga per leggere (costo degli abbonamenti) in pagamento delle Article processing charges (APC) per pubblicare ad accesso aperto? Gli estensori del White Paper della Max Planck Gesellschaft Disrupting the subscription journals’ business model for the necessary large-scale transformation to open access pensano di sì a patto che questa transizione avvenga in maniera collaborativa e a livello globale. La proposta, senza dubbio rivoluzionaria, pone però una serie di interrogativi con cui è importante che le comunità scientifiche si confrontino…

È vitale che il nostro paese partecipi alla discussione, sia perché occorre valutare quanto il progetto sia sostenibile per le finanze dell’università italiana, sia – e soprattutto – perché una delle concause dell’aumento esorbitante dei costi degli abbonamenti noto ai bibliotecari come crisi dei prezzi dei periodici  è stata proprio la disattenzione – se non la complicità – dei ricercatori. Non possiamo rischiare che una crisi simile si ripresenti nuovamente, ma dalla parte degli autori – cioè che si cambi tutto per non cambiare niente, per quanto concerne la discriminazione economica all’accesso alla discussione scientifica e la proprietà dei metadati sulla base dei quali viene valutata la nostra ricerca.  Anche per questo l’articolo di Roars merita di essere letto: le università potrebbero spendere molto meglio il denaro che versano agli editori commerciali, se il problema della pubblicità della scienza e dei suoi costi diventasse una questione non solo amministrativa e bibliotecaria, ma in primo luogo di ricerca.

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