Rivista ibrida

Fino a qualche decennio fa le riviste avevano un modello di business per cui l’autore sottometteva la propria ricerca ad una rivista e se il lavoro, dopo il processo di peer review, veniva accettato, l’articolo veniva pubblicato in un fascicolo della rivista.

Chi voleva accedere doveva acquistare prima l’abbonamento cartaceo, poi l’abbonamento cartaceo e quello online, e da ultimo solo l’abbonamento online. Da un certo momento in poi non è più stato possibile scegliere quali riviste sottoscrivere, perché gli editori hanno cominciato a vendere gli abbonamenti a pacchetti originando un fenomeno che prende il nome di Big Deal.

Dal punto di vista dell’editore questa trasformazione si è tradotta in un risparmio di costi (costi di gestione, costi della carta, della stampa e della distribuzione) e in un aumento di guadagni.

Dal punto di vista delle istituzioni questo passaggio si è tradotto in un aumento di costi e in molti casi nel fatto di pagare per l’accesso (un accesso che finisce nel momento in cui si dismette l’abbonamento) e non per il possesso dei contenuti scientifici.

Poiché il mercato dell’editoria scientifica è un mercato oligopolistico con forti barriere all’ingresso, e poiché il brand offerto da questo oligopolio è fondamentale per la carriera universitaria e per ottenere finanziamenti, gli editori hanno potuto tranquillamente definire i prezzi senza che le istituzioni abbiano potuto avere voce in capitolo

Ricerche fatte in passato dimostrano come i costi delle sottoscrizioni degli abbonamenti a banche dati ad accesso chiuso siano aumentati in maniera vertiginosa, rendendo difficile e in alcuni casi impossibile per le istituzioni soddisfare i bisogni informativi dei propri ricercatori e studenti.
Data from the Association of Research Libraries, graphed by Stuart Shieber

A partire dagli anni 2000 aumenta la consapevolezza dei bibliotecari rispetto a questo costante e crescente aumento dei costi e prende avvio il movimento dell’accesso aperto.

I grandi editori ci mettono davvero poco a capire come sfruttare a proprio favore un movimento che nasce da una necessità delle comunità scientifiche profondamente etica: la ricerca finanziata con fondi pubblici deve essere accessibile a chiunque disponga di un accesso a internet senza barriere economiche, legali o tecnologiche.

Se le comunità scientifiche e gli enti finanziatori chiedono l’accesso aperto, avranno l’accesso aperto.

Tutti i grandi editori prevedono quindi che nei propri journals ad accesso chiuso normalmente accessibili tramite sottoscrizioni degli abbonamenti, gli autori o le loro istituzioni possano pagare una APC (article processing charge)  perché un singolo contenuto sia immediatamente accessibile a chiunque.

Dal punto di vista dell’editore questa operazione moltiplica (ancora) i guadagni (abbonamenti+APC), dal punto di vista delle istituzioni questa operazione moltiplica (ancora) i costi configurandosi anche come un danno erariale (pago già un abbonamento per l’accesso chiuso e se un autore o un ente finanziatore chiede l’accesso aperto pago una ulteriore somma per l’accesso aperto nella stessa sede editoriale per cui tutte le istituzioni pubbliche pagano già una sottoscrizione).

Le riviste ibride sono dunque quelle riviste dei grandi editori oligopolisti che traggono (ulteriore) profitto sfruttando i principi dell’accesso aperto e le richieste di trasparenza degli enti finanziatori della ricerca.

Per gli autori è sempre possibile fare una scelta diversa dal pubblicare in una rivista ibrida pagando un APC.

L’open access green prevede infatti che una versione dell’articolo (il cosiddetto author accepted manuscript) possa essere caricato in un archivio istituzionale o disciplinare e reso aperto immediatamente o dopo un periodo di embargo definito dall’editore.

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