La peer review in un’epoca di scienza aperta: un dibattito transdisciplinare (27 settembre 2023- 14.00 online)

Nell’ambito della settimana internazionale dedicata alla peer review, la Commissione Open science dell’Università di Milano organizza un dibattito transdisciplinare sulla peer review nell’epoca della scienza aperta.

L’evento mira a favorire un dialogo transdisciplinare su funzioni, modelli e finalità della peer review, con particolare riferimento alle innovazioni digitali e alle sfide dell’open science. Discuterà del tema un gruppo di esperti di varie discipline, dalla filosofia alle medicina, dalla matematica alla sociologia, che hanno studiato in maniera approfondita la peer review e/o le sfide della scienza aperta ed avuto esperienze dirette dei problemi della sua gestione in qualità di editor e/o fondatori/trici di riviste scientifiche.

Come contemperare le esigenze di trasparenza dell’open science con i criteri di equità garantiti dalla valutazione confidenziale? E’ possibile convergere verso un unico modello di gestione della peer review o dobbiamo continuare a garantire diversità e rispetto delle tradizioni disciplinari? Possiamo immaginare modelli alternativi di valutazione della conoscenza? La peer review e le riviste scientifiche – come le conosciamo – esisteranno ancora tra 20 anni?

Parteciperanno all’incontro:

Introduzione e coordinamento
Flaminio Squazzoni Presidente Commissione Open Science, Università degli Studi di Milano
Interventi
Lucia Angiolini Università degli Studi di Milano
Alberto Baccini Università degli Studi di Siena
Giacomo Bellani Università degli Studi di Trento
Fabrizio Berra Università degli Studi di Milano
Hykel Hosni Università degli Studi di Milano
Francesco Maggi University of Texas
Maria Chiara Pievatolo Università di Pisa
Marco Seeber Universitetet i Agder
Enrico Valdinoci The University of Western Australia

Locandina e URL per collegarsi

Il futuro della scienza aperta: monopoli intellettuali, valutazione, infrastrutture, formazione (Bari, 19-20 ottobre 2023)

Sono aperte le iscrizioni all’ottavo convegno annuale dell’AISA, Il futuro della scienza aperta: monopoli intellettuali, valutazione, infrastrutture, formazione, che si svolgerà il 19-20 ottobre 2023 a Bari. Il programma della conferenza è visibile qui.

L’ingresso in presenza è libero, ma si consiglia l’iscrizione a quanti hanno intenzione di chiedere un attestato di partecipazione.

La parola dell’ANVUR: Open Research Europe e l’accordo europeo per la riforma della valutazione della ricerca

Come documentato da “Roars”, l’ANVUR ha escluso Open Research Europe (ORE) sia dalla lista delle cosiddette riviste di classe A, sia da quella delle riviste scientifiche per l’area della sociologia generale.

Open Research Europe è un’infrastruttura offerta dalla Commissione dell’Unione Europea all’élite di autori i cui lavori di ricerca sono esito di finanziamenti europei. Priva dei vincoli tecnologici della stampa, per i quali la pubblicazione di testi
selezionati ex ante ne segnalava anche il valore
, ORE è a un tempo un archivio, un forum pubblico di discussione e un complesso di riviste di diverse discipline.

Gli autori possono usare ORE per autoarchiviare e rendere pubblici i propri testi, codici e dati perché siano rivisti in una discussione a sua volta pubblica, a cui partecipano, oltre a loro stessi, sia esperti invitati ad hoc, sia utenti registrati al sito. Se i revisori, dopo eventuali modifiche, marcano gli articoli come accettati, essi verranno indicizzati da vari servizi anche proprietari, come Scopus di Elsevier. I testi compaiono inoltre in Google Scholar.

Fra le molte forme di revisione paritaria aperta, ORE ha adottato quella che consiste nel render pubblica l’intera discussione pur continuando a far uso di esperti appositamente selezionati, così da riconoscerne le responsabilità e i meriti, da palesarne eventuali conflitti di interessi e da trasformare una procedura opaca, gerarchica ed esposta a fallimenti talvolta catastrofici in un dibattito scientifico franco. Come scriveva Giorgio Israel,

L’anonimità dell’esaminatore è invece un’idea sciocca e scandalosa. Chi deve firmare un giudizio e quindi mettere in gioco la propria rispettabilità sta bene attento a quel che scrive, mentre – e si potrebbe produrre un gran numero di esempi al riguardo – un recensore anonimo può permettersi il lusso di emettere giudizi affrettati, superficiali o anche di fare affermazioni palesemente sbagliate, con gli intenti più disparati, senza dover pagare alcun prezzo per questo. Il diffondersi delle procedure di selezione mediante il ricorso a valutatori anonimi, lungi dal garantire la serietà e l’obbiettività del giudizio – si sostiene che il valutatore anonimo sarebbe libero di esprimersi senza le reticenze dettate dai suoi eventuali rapporti di conoscenza o amicizia con il valutato o dal timore di rappresaglie – induce comportamenti poco etici se non addirittura scorretti. Che bisogno c’è dell’anonimato? Una persona che appartiene al mondo della ricerca e dell’università dovrebbe essere capace di conformarsi a criteri di “scienza e coscienza” e non avere il timore di difendere le scelte compiute su tali basi. L’anonimato rischia invece di offrire coperture a comportamenti intellettualmente superficiali o eticamente scorretti.

ORE è criticabile perché la sua gestione è stata affidata, invece che ad archivi o biblioteche, a F1000 Research, di proprietà di un oligopolista commerciale privato partecipe della cosiddetta editoria di sorveglianza, il quale ha ben poco a che vedere con la tutela della conoscenza indipendente e pubblica. Ma non di questo si preoccupa l’ANVUR: per chi volesse far uso degli articoli che vi ha depositato ai fini della propria carriera accademica in area sociologica, ORE, secondo l’agenzia, non è né scientifica né eccellente perché non pubblica in fascicoli “distinti, in sé conclusi e non aperti ad ulteriori aggiornamenti” e perché non pratica la revisione anonima.

Conviene resistere alla tentazione di sorridere di chi, a più di trent’anni dall’invenzione del World Wide Web, pretende che la pubblicazione on line non renda disponibili i testi appena sono pronti ma si sforzi di riprodurre i limiti tecnici ed economici della stampa uscendo in “fascicoli”, e imbriglia la discussione scientifica in procedure ispirate a idee non solo “sciocche e scandalose”, ma più recenti e discutibili di quanto molti immaginino, mentre altrove ci si va chiedendo se le riviste cosiddette scientifiche non meritino di essere superate.1 Qui che cosa si decide è secondario rispetto alla questione di chi decide e in virtù di quale legittimazione.

Il sistema di valutazione della ricerca italiano vigente, amministrativo e centralizzato, è dominato da un’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca il cui consiglio direttivo è nominato dal governo. Fra i suoi numerosissimi compiti c’è quello di stabilire quali riviste, nelle aree delle scienze umane e sociali, sono scientifiche e quali no, e quali, fra queste ultime, sono eccellenti (di classe A) e quali no. A dispetto dell’articolo 33 della costituzione, Caesar est supra grammaticos: a decidere che cosa è scientifico e che cosa no non sono i ricercatori, bensì un’autorità nominata dal governo. Il medesimo principio burocratico e gerarchico opera nel regolamento per la classificazione delle riviste nelle cosiddette aree non bibliometriche stilato dal consiglio direttivo dell’ANVUR: il consiglio, oltre ad avere l’ultima parola, controlla la procedura fin dal suo inizio, nominando gli studiosi-funzionari del gruppo di lavoro che si occupa dell’istruttoria sulle riviste.

La valutazione di stato della ricerca, amministrativa e centralizzata invece che scientifica e distribuita, è strutturalmente dispotica e retrograda. Perfino se il direttivo dell’ANVUR e gli studiosi-funzionari degli organi che ne sono emanazione fossero illuminati e in perfetta armonia con le comunità dei ricercatori italiani, le loro liste, fissate da norme di diritto amministrativo in grado di mutare solo tramite ulteriori atti di autorità, ingesserebbero la discussione e la comunicazione della scienza.

La negazione della scientificità di ORE per la sociologia generale viola gli impegni che l’ANVUR ha formalmente sottoscritto aderendo alla coalizione europea per la riforma della valutazione della ricerca (COARA), del cui steering board fa parte un membro del suo consiglio direttivo. In particolare, la redazione di “Roars” ha osservato che prescrivere una revisione paritaria chiusa, la quale, essendo privata, non consente di riconoscere il contributo scientifico dei revisori, è incompatibile con il secondo impegno dell’accordo europeo.

In generale COARA include fra i suoi principi complessivi la salvaguardia della libertà della ricerca, che l’agenzia lede indipendentemente dalla sua decisione su ORE. Stabilire che cosa è scientifico e che cosa no tramite liste determinate amministrativamente confina infatti la libertà dei ricercatori di scegliere temi, metodi, teorie e applicazioni delle loro indagini entro le agende e le politiche editoriali delle riviste approvate dall’ANVUR.

Safeguard freedom of scientific research. By putting in place assessment frameworks that do not limit researchers in the questions they ask, in their research implementation, methods or theories. By limiting the assessment frameworks to only those necessary, as assessment must be useful for researchers, institutions and funders.2

Inoltre, quando COARA prescrive che i criteri e i processi di valutazione non siano incentrati bibliometricamente, sulla quantità, bensì sulla qualità, la definisce connettendola all’apertura: “openness corresponds to early knowledge and data sharing, as well as open collaboration including societal engagement where appropriate”.3 Di nuovo: come si può parlare di collaborazione aperta quando che cosa è scientifico e che cosa no è deliberato da un’autorità nominata dal governo in un gioco a somma zero volto a mettere ricercatori e istituzioni gli uni contro gli altri?

Per rendersi conto che il sistema delle liste di riviste è in contrasto con gli impegni europei sottoscritti dall’ANVUR non era indispensabile il casus belli di ORE. In tempi non sospetti si era già notato che la normativa nazionale sulla valutazione della ricerca era in conflitto con i principi di COARA e si era osservato che, coerentemente, l’ANVUR non avrebbe dovuto soltanto aggiornare le sue liste e il relativo regolamento, bensì abolirle in quanto espressione autoritaria di una valutazione di stato strutturalmente dispotica, retrograda e incompatibile con la scienza aperta. L’agenzia, nel frattempo, non ha fatto né l’una né l’altra cosa – come se non avesse chiaro il senso di ciò che ha firmato, o, avendolo invece chiarissimo, intendesse partecipare alla riforma europea con una pesante, gattopardesca reservatio mentalis.

Aggiornamento sull’ANVUR e la revisione paritaria aperta.

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Premio per tesi sulla scienza aperta: bando 2023

Anche quest’anno, in occasione del suo VIII convegno, l’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta premierà le migliori tesi di dottorato e di specializzazione o di laurea magistrale dedicate alla scienza aperta e presentate negli anni 2021, 2022 e 2023.

Le indicazioni sulle modalità di partecipazione al concorso, il cui bando scade il 10 settembre 2023, sono consultabili a partire da questa pagina.

Immagini dei beni culturali e uso a pagamento: la posizione di Creative Commons Italia

Anche Creative Commons Italia prende posizione contro il D.M. 11 aprile 2023, n. 161 sulla ricerca e sulla circolazione delle immagini del patrimonio culturale italiano, che impone delle tariffe minime per l’uso di riproduzioni digitali di beni culturali statali, compresi quelli in pubblico dominio.

Richard Stallman, Working for the public. Universities, software and freedom (Pisa, 7 giugno)

I dettagli dell’evento, che ha il patrocinio dell’AISA, sono visibili qui. L’intervento di Richard Stallman sarà preceduto dalla proiezione del video disponibile qui, con sottotitoli in varie lingue.
Chi desidera seguire la conferenza in streaming non interattivo può collegarsi qui.

Immagini dei beni culturali e uso a scopo scientifico: lettera aperta al ministro della cultura

Con questa lettera aperta l’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta (AISA) chiede l’immediato cambiamento delle politiche ministeriali in materia di uso a scopo scientifico delle immagini dei beni culturali.

Nell’Atto di indirizzo concernente l’individuazione delle priorità politiche
da realizzarsi nell’anno 2023 e per il triennio 2023-2025 (d.m. n. 8 del 13/01/2023) e nelle successive Linee guida per la determinazione degli importi minimi dei canoni e dei corrispettivi per la concessione d’uso dei beni in consegna agli istituti e luoghi della cultura statali (d.m. n. 161 dell’11/04/2023) si stabiliscono principi e regole che danneggiano la ricerca scientifica, contraddicono decenni di politiche di scienza aperta e di apertura del patrimonio culturale (politiche, peraltro, trasversali a governi di diverso segno politico) e pongono l’Italia fuori dagli indirizzi internazionali e dell’Unione Europea.

La nuova politica inaugurata dal Ministero della Cultura emerge dai seguenti principi contenuti nell’Atto di indirizzo sopra citato (corsivi aggiunti):

“L’attività dell’Amministrazione sarà volta alla tutela e alla valorizzazione, anche economica, del patrimonio culturale, materiale e immateriale; si lavorerà ad incrementare la capacità di automantenimento dei diversi istituti e luoghi della cultura in modo da ridurre il fabbisogno di finanziamento pubblico e, nel contempo, generare sviluppo economico per i diversi segmenti del sistema produttivo. […]

In particolare, occorre proteggere il patrimonio rappresentato dalle immagini, anche digitali, del nostro patrimonio culturale, attraverso un’adeguata remuneratività che tenga conto dei principi di cui agli articoli 107 e 108 Codice dei beni culturali e del paesaggio. In tal senso, appare essenziale definire un tariffario ministeriale, unico, distinto per macro-categorie di beni culturali, che definisca i minimi tariffari da applicare in occasione delle diverse forme di utilizzazione temporanea dei beni del patrimonio culturale ministeriale, anche ove esse sfruttino le moderne tecnologie (NFT, blockchain etc.)”.

Nell’allegato delle Linee guida sopra citate tra le riproduzioni di beni culturali e i riusi delle relative copie o immagini figurano anche quelli effettuati dall’editoria e dalle riviste scientifiche di settore in canali commerciali (online o cartacei).

Tale politica mira a ridurre il finanziamento pubblico, obbligando gli istituti di tutela del patrimonio culturale a impegnarsi nello sviluppo, a costi amministrativi e monetari non nulli, di una maggiore capacità di autofinanziamento. Si tratta di una politica errata nelle ragioni di fondo e ineluttabilmente destinata al fallimento come dimostra l’analoga “strategia” sperimentata nel settore dell’università e della ricerca pubblica.

Gli esiti assurdi e paradossali di questo nuovo indirizzo politico sono evidenti nel settore dell’editoria scientifica no profit delle case editrici universitarie e in quello della nascente editoria in accesso aperto (Open Access). Se le linee guida fossero interpretate alla lettera, occorrerebbe immaginare casi come quello in cui un museo statale chiede l’applicazione del tariffario a un’università pubblica per la riproduzione di immagini di beni culturali in pubblico dominio. Tale applicazione determinerebbe un inutile giro di denaro pubblico (dall’università al museo) senza alcun beneficio per le casse dello Stato e, anzi, con un aggravio dei costi per la pubblica amministrazione derivante dall’appesantimento burocratico del processo che conduce alla pubblicazione scientifica.

Questi atti normativi, come già si è detto, pongono l’Italia fuori dalla contemporaneità nonché dalle politiche internazionali, europee e nazionali volte a coniugare la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale con i principi della scienza aperta e dell’accesso aperto.

L’AISA chiede, per questi motivi, un’immediata modifica delle politiche ministeriali che vada nella direzione di una totale e assoluta liberalizzazione, senza pagamento di tariffe, della riproduzione e del riuso per scopi scientifici dei beni culturali del patrimonio italiano. L’AISA auspica inoltre la modifica del Codice dei beni culturali al fine di fissare per via legislativa il principio di libera riproduzione e libero riuso dei beni culturali per scopi scientifici.

La prima vittima. Pace, guerra, poteri segreti (Pisa, 4 maggio 2023)

Il 4 maggio 2023 a Pisa, presso l’Aula Magna nuova del palazzo della Sapienza, Stefania Maurizi e Nico Piro discuteranno di guerra e di uso pubblico della ragione. La conferenza avrà luogo in presenza, ma se le prenotazioni supereranno la capienza dell’aula sarà possibile seguirla anche in teleconferenza. In questo caso il relativo URL verrà comunicato agli iscritti poco prima dell’inizio dell’incontro.
La locandina con tutti i dettagli dell’evento è disponibile qui.