LERU: “Christmas is over. Research funding should go to research, not to publishers!”

La LERU promuove una petizione che denuncia:

  • i prezzi altissimi degli abbonamenti alle riviste, già avvertiti come insostenibili, nel 2012, da una università come Harvard,  e proporzionalmente ancor più gravosi per gli atenei europei;
  • la prassi di imporre APC (Article Processing Charges)  che ammontano, in media, a € 2000,  pagati con i fondi di ricerca degli autori che desiderano rendere ad accesso aperto i propri articoli.

I finanziamenti alla ricerca dovrebbero finanziare la ricerca: non editori il cui margine di profitto veleggia attorno al 35%. La scopo della petizione, che può essere sottoscritta da individui e istituzioni, è stimolare la Commissione europea a governare la transizione all’accesso aperto in modo da por rimedio alle  distorsioni attuali.

Per una repubblica digitale: una raccomandazione del CNRS francese sulla libertà degli articoli scientifici

Lo stato francese ha aperto una consultazione pubblica on-line a proposito di un progetto di legge per una repubblica digitale (projet de loi pour une République numériqueDigital republic bill)  il cui scopo è governare i cambiamento sociali, culturali, amministrativi e politici conseguenti alla rivoluzione digitale,  in modo da disegnare una società conforme ai principi repubblicani di liberté, égalité et fraternité.

Il consiglio scientifico del CNRS si è espresso con una raccomandazione (tradotta anche in inglese) la quale riafferma due principi fondamentali:

  • la scienza è un bene comune dell’umanità che non può venir sequestrato abusivamente da parte di interessi privati;
  • l’accesso libero ai risultati dell’attività scientifica (pubblicazioni, dati di ricerca, metadati, servizi a valore aggiunto) non può essere ostacolato senza rimettere in questione lo sviluppo stesso della scienza.

Sulla base di questi principi, il consiglio manifesta la sua preoccupazione in merito alla durata eccessiva del cosiddetto embargo,  che nel disegno proposto è di 12 mesi per le scienze naturali e di 24 per quelle umane, in luogo dei 6/12 mesi raccomandati dall’UE e vigenti in stati come la Germania, la Gran Bretagna, il Canada e gli USA.

Le modifiche suggerite dal CNRS al disegno di legge francese riguardano l’articolo 9, dedicato all’accesso libero alle pubblicazioni della ricerca pubblica,  e sono visibili sul sito della consultazione, qui. Chi desidera sottoscriverle deve semplicemente registrarsi e votarle: per farlo non è necessario essere cittadini francesi.

Ecco una traduzione dell’articolo come emendato dal CNRS:

I. Quando un testo scientifico, derivante da un’attività di ricerca finanziata almeno a metà da fondi pubblici, è pubblicato in un periodico,  in un’opera che esce almeno una volta all’anno, in atti di convegni o simposi, o in raccolte miscellanee, i diritti di sfruttamento sono cedibili alle condizioni menzionate nella sezione prima del capitolo II del titolo III del Libro I del codice della proprietà intellettuale. In special modo, non possono in nessun caso essere ceduti all’editore a titolo esclusivo. Inoltre, il suo autore ha il diritto di mettere gratuitamente a disposizione in formato digitale, con la riserva del diritto di eventuali coautori, l’ultima versione del suo manoscritto accettata dall’editore, con l’esclusione del lavoro di formattazione a carico di quest’ultimo, con una dilazione che non può superare i sei mesi per le discipline scientifiche, tecniche e mediche e i dodici per le scienze umane e sociali, a partire dalla data della prima pubblicazione. Infine devono essere liberamente accessibili i dati necessari al text and data mining [N.d.T. La fouille de texte et de données dell’originale francese corrisponde a quanto in Italia è noto come text and data mining]

II. Le disposizioni del presente articolo sono d’ordine pubblico e ogni clausola a esse contraria è considerata nulla. Non si applicano ai contratti in corso.

La proposta del CNRS francese è simile  – nel suo intento di proteggere il diritto dell’autore dal sequestro editoriale – alle leggi attualmente in vigore in Germania e in Olanda e si discosta invece significativamente da quella italiana.

L’uso dell’espressione “diritto” indica che si tratta di qualcosa di più di un’eccezione all’esclusiva. È un passo avanti importante, meritevole di essere imitato.

Uscire di minorità: una proposta radicale di Björn Brembs

In un intervento recente, Björn Brembs si ispira a un’osservazione di Cameron Neylon  per descrivere il sistema della scienza attuale come infestato – per sua colpa – da un parassita mortale: la privatizzazione dei suoi archivi a favore di multinazionali editoriali interessate in primo luogo al profitto. Eccone alcuni sintomi:

  1. il cosiddetto Wikigate: la ben nota multinazionale Elsevier ha offerto ai redattori di Wikipedia 45 accessi gratuiti a suoi contenuti altrimenti a pagamento per permetter loro di citarli nelle voci dell’enciclopedia. Molti sostenitori dell’accesso aperto si sono trovati paradossalmente dalla parte della scienza chiusa, stigmatizzando l’accettazione dell’offerta in quanto regala pubblicità gratuita   a un editore che,  per tutti gli altri,  gratuito non è.  Imponendo agli attori e ai sostenitori dell’accesso aperto una scelta tragica, Elsevier vince in ogni caso: gli articoli che gli studiosi le hanno ceduto e rivisto gratis rimangono comunque nelle sue mani, ad accesso chiuso;
  2. negli ultimi decenni la crescente competizione per pubblicare in poche riviste prestigiose ha molto aumentato la mole di lavoro necessaria per scrivere e pubblicare un articolo,  rallentando – esclusivamente a causa di interessi di carriera – il passo della disseminazione della ricerca. Per porvi rimedio, si è suggerito agli scienziati di seguire il modello dei fisici, cioè raddoppiare il proprio lavoro pubblicando uno stesso testo due volte – prima in un archivio aperto per la comunicazione e poi su una qualche rivista inaccessibile per la carriera;
  3. sempre più spesso gli articoli pubblicati nelle riviste d’eccellenza, dovendo essere sensazionali, si rivelano basati su ricerche i cui risultati sono inaffidabili e non riproducibili. A dispetto del marchio di scientificità che riviste così importanti dovrebbero conferire, altri scienziati devono dedicare forze, tempo e fondi di ricerca per sistemi di controllo della riproducibilità a supplenza del disservizio delle multinazionali dell’editoria scientifica;
  4. il rimedio dell’accesso aperto, per quanto concerne la via verde,  ha bisogno di sostegno legislativo e istituzionale; mentre la via aurea può essere ed è facilmente dirottata dagli editori che spostano l’onere del pagamento dal lettore all’autore, con la prospettiva di mantenere per sé  margini di profitto attorno al 40%.

I ricercatori non sono vittime, ma corresponsabili di questa situazione. Eppure chiedono ad altri  – legislatori, enti di ricerca, finanziatori – di risolvere ai problemi che essi stessi hanno contribuito a creare, delegando o lasciando delegare il compito della valutazione, che dovrebbe essere intrinseco alla ricerca stessa,  a entità commerciali aliene – le quali, in un’epoca in cui la rivoluzione digitale ha reso i costi di pubblicazione bassissimi, non sono soltanto inutili: sono, anche economicamente, dannose.

In questa prospettiva, Brembs propone una soluzione radicale, che consiste in due passi:

  1. tagliare gli abbonamenti alle riviste proprietarie e usare i fondi risparmiati per costruire una infrastruttura di ricerca moderna, in grado di aiutare lettori,  autori  e revisori a  ritrovare, selezionare e catalogare testi e dati;
  2. usare ciò che già esiste – per esempio LOCKSS – per conservare indefinitamente testi e dati del passato.

In questo modo, non solo si risparmierebbe molto denaro, ma, soprattutto, si riporterebbe un pubblico bene nelle mani della comunità scientifica e dell’umanità in generale. La sola difficoltà – che Brembs dice di non saper risolvere – è un problema di azione collettiva: chi ha il coraggio di cominciare?