Il Piano nazionale per la scienza aperta: lettera viva?

Pubblicato dal Ministero dell’Università dopo un’attesa piuttosto lunga e dopo molto tempo dall’uscita del Programma nazionale per la ricerca di cui è parte, il Piano nazionale per la scienza aperta sarebbe pensato per accompagnare la ricerca italiana in una transizione che dovrebbe concludersi nel 2027, impegnando anche il governo in carica, successore di quello che l’ha varato.
Astrattamente, si era osservato, un piano nazionale potrebbe essere un’ulteriore compressione amministrativa di una libertà, quella della ricerca, costituzionalmente garantita. In concreto, però, l’intervento potrebbe essere ineccepibile, se si proponesse:

  1. di porre rimedio alla consegna della valutazione della ricerca, sottratta dallo stato alle comunità scientifiche, a oligopoli editoriali commerciali e a basi di dati citazionali – Scopus e Clarivate Analytics – altrettanto commerciali e proprietarie;
  2. di dare alla scienza italiana un’infrastruttura pubblica indipendente per condividere testi e dati sia nella ricerca sia nella didattica.

1. Chi valuta?

Il documento governativo, diviso in cinque parti, riconosce nel suo preambolo la necessità di adeguare alla scienza aperta il modo in cui si valuta:

Si auspica che la valutazione della ricerca possa individuare nuovi criteri e metodi trasparenti, superando l’enfasi corrente sul prestigio delle sedi editoriali e delle connesse bibliometrie, valorizzando le pratiche innovative di scienza aperta. La collaborazione a livello europeo sugli aspetti della valutazione della ricerca si sta strutturando per elaborare una base di riferimento comune nel quadro del nuovo assetto dello Spazio Europeo della Ricerca (European Research Area – ERA).

Perché, però, le pratiche della scienza aperta non si riducano ad adempimenti burocratici ma ricreino uno spazio di discussione libera e pubblica, si dovrebbe parlare anche di chi valuta. Ancora un’autorità amministrativa centralizzata nominata dal governo che controlla i ranghi inferiori dei valutatori, avendo, anche quando sono sorteggiati, la facoltà di rimuoverli (Bando VQR 2015-2019 art. 3 comma 19)?
Il terzo paragrafo del documento parla di come la valutazione della ricerca dovrebbe essere cambiata. E sulle sue modalità raccomanda, sia per la produzione scientifica sia per la cosiddetta terza missione, di renderle più trasparenti, tramite l’accesso aperto dei testi valutati e l’istituzione di un’anagrafe della ricerca, i riconoscimenti a chi condivide dati FAIR, la riduzione del peso degli indicatori bibliometrici e l’elaborazione, anche con la collaborazione delle comunità dei ricercatori, di nuovi criteri di stima dell’impatto della produzione scientifica, e l’adesione alla dichiarazione DORA. Ma non viene detto chi valuta, anche se fra gli obiettivi è inclusa una generica applicazione di forme di revisione paritaria aperta agli esercizi di valutazione – VQR compresa – che potrebbero, almeno in alcuni casi, entrare in conflitto con il principio gerarchico su cui si basa l’ANVUR. Il documento, inoltre, non raccomanda di escludere dai criteri di valutazione della ricerca pubblica i brevetti, che sottraggono alla collettività le innovazioni finanziate con le sue imposte.
Nel frattempo, mentre il Piano nazionale di ripresa e resilienza passa la scienza aperta sotto silenzio, in Europa l’urgenza di adeguarle la valutazione della ricerca è diventata così condivisa che l’ANVUR stessa ha sottoscritto formalmente l’Agreement on Reforming Research Assessment, il quale include fra i suoi punti principali l’emancipazione della valutazione da analitiche commerciali come il fattore d’impatto, l’indice H e le classifiche di università ed enti di ricerca.

2. Pubblicazioni scientifiche e copyright

La sezione dedicata alle pubblicazioni scientifiche, in coerenza con gli ideali della scienza aperta, intende favorire l’accesso aperto alle pubblicazioni, la pubblicazione non commerciale in mano alle comunità scientifiche, l’autoarchiviazione (greeen OA) e la promozione di risorse aperte per la didattica. In particolare, il documento sottolinea l’importanza di un adattamento delle norme sul copyright, pensate per l’esclusione e la rendita, a un sistema che vive invece di condivisione e pubblicità, citando la raccomandazione UE 790/2018, e suggerendo di introdurre un “diritto irrinunciabile e inalienabile di ripubblicazione immediata (senza termini di embargo) per le pubblicazioni scientifiche finanziate parzialmente o totalmente con fondi pubblici” e di estendere “la portata in ambito scientifico delle eccezioni e limitazioni al diritto d’autore”.1 Di conseguenza, le azioni raccomandate vanno dalla richiesta di accesso aperto in tutti i bandi finanziati con fondi pubblici, al monitoraggio dei costi dell’accesso aperto ibrido venduto da editori commerciali, alla creazione di un’infrastruttura nazionale per i dati della ricerca e di un portale pubblico per la letteratura scientifica, dal quale sia anche possibile trarre dati citazionali altrettanto aperti, come nell’iniziativa I4OC.
È vero che lo stato attuale della ricerca è dovuto all’azione congiunta del copyright editoriale e dell’uso di vicari bibliometrici per una valutazione amministrativa di massa, e in Italia pure centralizzata nelle mani dello stato. E però nella scorsa legislatura, dopo il penultimo cambio di maggioranza, la proposta di legge Gallo, approvata dalla Camera, che conteneva sia una forma moderata del diritto di ripubblicazione, sia, finalmente, l’adeguamento dei termini di embargo alle raccomandazioni dell’Unione Europea, rispetto a quelli spropositati della legge del 2013, è stata fatta arenare in Senato, dopo un intervento dell’AIE per nulla convincente. Vista la composizione di interessi dietro il nuovo governo è probabile che queste raccomandazioni legislative continuino a rimanere lettera morta, salvo sorprese.

3. I dati della ricerca pubblica

Il documento raccomanda di lavorare sui dati della ricerca pubblica sia per quanto concerne la loro produzione, in formato FAIR, sia per la formazione di chi li deve fornire, curare e amministrare, sia per quanto concerne l’infrastruttura nazionale che, in coordinamento con quella europea dell’EOSC, li deve rendere disponibili e riutilizzabili. Ciò vale anche, specificamente e urgentemente, per i dati connessi a SARS-COV-2 e COVID-19, che dovrebbero diventare accessibili in formato FAIR, assieme ai relativi testi, tramite un portale nazionale anche qui federato nello spazio europeo. Il fine, in questo caso particolare, sarebbe quello di costruire un modello di dati aperti per la salute pubblica, da estendere anche ad altre esperienze.
Si è perciò costituita una Italian Computing and Data Infrastructure (ICDI), che riunisce tutte le istituzioni di ricerca italiane sia per riconnetterle con EOSC, sia per progettare un’infrastruttura nazionale per i dati scientifici. Si tratta di un compito complesso, e a costo non nullo in termini di risorse umane e monetarie, su cui alcuni membri impegnati in ICDI stanno lavorando.
Anche qui, però, perché questo progetto di bene comune scientifico non sia tragico, occorrerebbero alcune condizioni di contorno, che non possono essere contenute esclusivamente in un piano per la scienza aperta ma dovrebbero interessare le politiche generali dell’università e della ricerca, e non solo per quanto riguarda il suo finanziamento:

  • l’attuale valutazione della ricerca, che, coerentemente, apprezza i brevetti, non assegna finanziamenti premiali, ma è un gioco a somma zero ove i vincenti sottraggono risorse ai perdenti: come pretendere che enti messi artificialmente l’uno contro l’altro collaborino in un’intrapresa così complessa?
  • i dati della ricerca pubblica devono essere tali perché pagati dal contribuente. Ma i privati che ne traggono profitto, entro un sistema che difende i brevetti, perfino quando riguardano i vaccini contro il Covid-19, restituiscono qualcosa al pubblico, o lo sfruttano soltanto?

Un piano nazionale per la scienza aperta, scritto da esperti occasionalmente al servizio del governo, non può uscire dai limiti imposti dalla sua natura tecnica. E però i ricercatori, i politici e i cittadini dovrebbero interrogarsi sul senso e sulla coerenza di una scienza aperta, ma racchiusa entro privatizzazioni, monopoli e competizioni sempre più estese e pervasive e dovrebbero adoperarsi, nella teoria e nella prassi, per una riforma radicale di questo contesto, che è, prima che normativo, ideologico. Un uso pubblico della ragione ridotto sordamente entro un recinto esposto al saccheggio dei privati non è affatto libero, e soprattutto, non è affatto pubblico.

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Premio per tesi sulla scienza aperta 2022: assegnazione

Il premio AISA per tesi dedicate alla scienza aperta è stato assegnato, quest’anno, alla tesi di laurea magistrale della dottoressa Lucia Albano Nuove prospettive per un più equo accesso al farmaco: riflessioni in tempo di pandemia, discussa nell’anno accademico 2019/20 presso la facoltà di giurisprudenza dell’università di Trento con il relatore professor Carlo Casonato.
Sono giunte nei termini altre tesi, di dottorato e di laurea magistrale, che non sono state valutate per un problema tecnico. La commissione giudicatrice si riserva però di esaminarle e decidere se sono meritevoli di premio entro il 30 novembre 2022, come da verbale visibile qui.

Proprietà intellettuale

L’espressione “proprietà intellettuale” è di quelle che dominano la scena della contemporaneità. Eppure il suo uso come categoria giuridica che identifica numerosi differenti diritti di esclusiva su attività umane è molto recente. Attualmente la categoria include diritti d’autore, brevetti per invenzione, marchi, disegni industriali, indicazioni geografiche, segreti commerciali. Secondo una ricostruzione di un autorevole studioso della materia, l’uso della macrocategoria inizia a diffondersi a seguito dell’istituzione nel 1967 dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà (World Intellectual Property Organization o WIPO). La WIPO è un’agenzia delle Nazioni Unite che conta 193 Paesi membri ed è dedita allo sviluppo di un sistema normativo internazionale “bilanciato” ed efficace di proprietà intellettuale.

L’uso della macrocategoria si è poi definitivamente imposto – o è stato imposto dall’Occidente – attraverso una delle normative più emblematiche del capitalismo globale: l’accordo nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sui diritti di proprietà intellettuale del 1994 (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights o TRIPS).

Attraverso gli accordi normativi internazionali gli Stati hanno parzialmente ceduto la propria sovranità nazionale. Le grandi linee di sviluppo nonché il c.d. bilanciamento tra proprietà intellettuale e altri diritti sono nelle mani di organi e corti internazionali.

L’Unione Europea ha competenza nella materia e ha inserito la proprietà intellettuale nell’art. 17.2 della Carta dei Diritti Fondamentali, accostandola al vero diritto di proprietà e privandola, almeno a livello della lettera del testo, della clausola sociale.

La categoria della proprietà intellettuale rimane però filosoficamente e giuridicamente controversa per diverse ragioni.

a) Accomuna diritti che poco hanno a che fare l’uno con l’altro. Tali diritti hanno ragioni giustificative e finalità differenti. Il diritto d’autore disciplina le opere dell’ingegno della letteratura, dell’arte e della scienza. Il brevetto per invenzione riguarda l’innovazione industriale. Il marchio serve a identificare prodotti e servizi. E così via. La riconducibilità di questi diritti alla proprietà è discussa sia nel pensiero giusnaturalista sia in quello utilitarista.

b) Stabilisce un accostamento forzato tra diritti di esclusiva su beni tangibili (la proprietà in senso stretto) con i diritti di esclusiva su beni intangibili che hanno natura profondamente diversa. I beni tangibili sono rivali al consumo. I beni intangibili no: possono essere fruiti contemporaneamente da un numero infinito di persone. Lo stesso riferimento al bene intangibile come frutto dell’attività del pensiero umano è controverso.

c) Nasconde retoricamente la natura monopolistica del diritto di esclusiva. Un conto è parlare di proprietà, altro è parlare di monopolio. Nei sistemi capitalistici ad economia liberale il monopolio viene, almeno in linea teorica, contrastato dal diritto. Mentre la proprietà è un pilastro del capitalismo liberale. Nelle costituzioni in cui il diritto di proprietà è un diritto fondamentale – e non è il caso della Costituzione italiana – l’accostamento esplicito o implicito della proprietà intellettuale alla proprietà, significa fondamentalizzare il diritto, cioè renderlo inattaccabile da norme di legge ordinaria che contrastano con il contenuto costituzionale.

Negli ultimi decenni la normativa degli accordi internazionali ha esteso progressivamente il contenuto della c.d. proprietà intellettuale. Beni della conoscenza che in passato erano comuni oggi sono sottratti alla destinazione universale e gravati da esclusive. Ma c’è di più e di peggio. La proprietà intellettuale riguarda sempre di più il controllo delle infrastrutture tecnologiche e della loro logica (gli algoritmi) costituendo una barriera di accesso a monte del sistema di comunicazione e di progresso della conoscenza.

La proprietà intellettuale alimenta il capitalismo dei monopoli intellettuali che genera gravi disuguaglianze e mette a rischio la democrazia. Disuguaglianze tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Disuguaglianze, anche nei Paesi ricchi, tra persone che possono pagare il prezzo per l’accesso alla conoscenza e persone che non hanno questa possibilità. Si pensi, ad esempio, all’accesso ai testi e alle altre risorse formative della scuola e dell’università.

Peraltro, il fenomeno della concentrazione nelle mani di pochi soggetti del controllo esclusivo di informazioni, dati e capacità computazionale si basa oggi non solo sul diritto (la c.d. proprietà intellettuale) ma anche (e soprattutto) sul potere di fatto delle grandi piattaforme commerciali di Internet.

Nel campo della scienza la tendenza a privatizzare la conoscenza, cioè ad estendere le esclusive (giuridiche e di fatto) fino al controllo della ricerca di base, dei mattoni fondamentali del sapere, dei beni essenziali per la vita (ad es., farmaci e vaccini) e delle infrastrutture della comunicazione (prima fra tutte: Internet) mette a rischio la distinzione tra ricerca animata dal progresso della conoscenza (in particolare, la ricerca del settore pubblico per l’interesse di tutti) e ricerca orientata al profitto (di pochi). Alimenta i conflitti di interesse. Omologa le istituzioni accademiche e scientifiche alle aziende.

Fin dai primi anni 2000 c’è chi mette in guardia sul fatto che la scienza aperta è inconciliabile con la continua espansione della proprietà intellettuale. Quel monito è oggi più vero che mai.

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Rivista predatoria

Una rivista predatoria è una rivista che sfrutta l’enfasi posta sull’accesso aperto per proporre ai ricercatori, attraverso uno spamming continuo, una pubblicazione degli articoli veloce e a costi relativamente bassi.

Spesso queste riviste riportano nella homepage improbabili indici bibliometrici e la indicizzazione in banche dati che non hanno particolari filtri per l’inclusione, ma si limitano a descrivere una pubblicazione.

La seguente definizione di rivista predatoria è quella ormai comunemente accettata:

Predatory journals and publishers are entities that prioritize self-interest at the expense of scholarship and are characterized by false or misleading information, deviation from best editorial and publication practices, a lack of transparency, and/or the use of aggressive and indiscriminate solicitation practices[1].

La caratteristica principale di una rivista predatoria è che si dichiarano processi di qualità (revisione paritaria o peer review) che non vengono messi in atto o vengono malamente messi in atto. Ad esempio, è possibile che fra la proposta di un manoscritto e la sua accettazione, dopo una finta revisione paritaria, passino pochi giorni.

Il ricercatore che viene contattato da una rivista predatoria e aderisce alla richiesta crede di essere in linea con quanto richiesto dagli enti finanziatori della ricerca, ma di fatto spreca l’occasione di validare seriamente il proprio lavoro in cambio di una riga in più sul proprio CV, rendendosi complice (più che vittima) di un sistema in cui la pressione a pubblicare è fortissima.

Alcuni accorgimenti possono aiutare a verificare l’attendibilità e la serietà di una sede di pubblicazione:

  • si può controllare chi sono i membri del comitato editoriale e da quale istituzione provengono e se l’affiliazione istituzionale è autentica;
  • si posso assumere informazioni su coloro che hanno già pubblicato sulla rivista e sulla notorietà dei loro nomi;
  • si può verificare se esistono linee guida per gli autori, se sono presenti un codice etico e la descrizione del processo di revisione.

Esiste un sito (Think, Check, Submit) sviluppato ad hoc per aiutare i ricercatori nella analisi di una sede di pubblicazione (rivista o volume soprattutto per i ricercatori delle scienze umane e sociali). Vengono proposte alcune domande e a seconda delle risposte il ricercatore dovrebbe essere in grado di verificare la attendibilità di una rivista.

È opportuno eseguire questa indagine prima di sottoporre al processo di pubblicazione un lavoro scientifico, perché molto spesso, una volta che un testo è stato proposto per la pubblicazione, non si ha più la possibilità di ritirarlo e può capitare che l’editore lo pubblichi anche senza l’assenso degli autori.

Alcuni anni fa un bibliotecario dell’università di Colorado Denver, Jeffrey Beall, manuteneva in autonomia (con tutti i limiti rappresentati da una iniziativa a titolo personale) una lista di probabili editori e di probabili riviste predatorie. Oggi questa lista non esiste più e se è stata clonata non è più aggiornata. Più che appoggiarsi a liste nere come quella di Cabell (banca dati a pagamento che ha ripreso la filosofia della iniziativa di Beall), è importante ricorrere a white list come la Directory of open access journals. La directory è riconosciuta come lista di autorità anche dalla Commissione europea, e censisce esclusivamente le riviste open access gold (cioè quelle nella cui categoria cadono le riviste predatorie). La DOAJ è una iniziativa gratuita per gli utilizzatori e si basa sul lavoro volontario di decine di editors e associate editors che in tutto il mondo lavorano alla analisi delle riviste per la eventuale inclusione secondo una serie condivisa di criteri e dimensioni di qualità e formali

Una rivista che non è presente nella Directory of open access journals o è molto recente e quindi non ha alle spalle almeno un anno di pubblicazione, oppure deve essere considerata con molta attenzione: in entrambi i casi è opportuno ricorrere alla checklist presente in ThinK Check Submit.

[1] Bjorn Brembs ha dimostrato come alcuni editori facenti parte dell’oligopolio dell’editoria scientifica rispondano perfettamente alle caratteristiche elencate in questa definizione https://bjoern.brembs.net/2019/12/elsevier-now-officially-a-predatory-publisher/

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Premio per tesi sulla scienza aperta: bando 2022

Anche quest’anno, in occasione del suo VII convegno, l’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta premierà le migliori tesi di dottorato e di specializzazione o di laurea magistrale dedicate alla scienza aperta e presentate negli anni 2020, 2021 e 2022.

Le indicazioni sulle modalità di partecipazione al concorso, il cui bando scade il 10 settembre 2022, sono consultabili a partire da questa pagina.