Pasteur4OA – Regional Workshop for Research Performing Organisations of SW Europe countries

Tre socie dell’Aisa – Paola Galimberti, Elena Giglia e Valentina Moscon –  parteciperanno  alla discussione del Regional Workshop for Research Performing Organizations of SW Europe Countries.

Il seminario è organizzato nell’ambito del progetto “PASTEUR4OA – Open Access Policy Alignment STrategies for European Union Research” e sarà l’occasione per confrontarsi sulle policy in materia di accesso aperto alla ricerca scientifica.

 

 

Quanti sanno distinguere tra un OA repository e Academia.edu o ResearchGate?

Nel dicembre scorso, l’Office of Scholarly Communication dell’Università della California  ha pubblicato un articolo per spiegare ai  propri ricercatori che il deposito dei propri articoli in Academia.edu o ReseachGate  non soddisfa i requisiti della disciplina d’ateneo per l’accesso aperto.

Nel testo, scritto da Katie Fortney e Justin Gonder della California Digital Library,  si paragonano brevemente i repository OA alla piattaforme private Academia.edu e ResearchGate,  se ne indicano  le  differenze – tramite una succinta tabella sinottica – per quanto concerne le finalità e i punti di forza e di debolezza e si chiarisce perché Academia.edu e ResearchGate,  pur offrendo servizi utili, non possono essere assimilati agli archivi istituzionali e disciplinari gestiti da istituzioni o organizzazioni non a scopo di lucro.

Da leggere qui. Qui, invece, un ampio riassunto in italiano; qui il commento di Paola Galimberti su “Roars”.

 

Dati aperti e ricerca ambientale: un’indagine interessante

La settimana scorsa è stato pubblicato  su PLOS One l’articolo Open Data in Global Environmental Research: The Belmont Forum’s Open Data Survey.

L’articolo presenta i risultati del sondaggio del  Belmont Forum sugli Open Data somministrato alla comunità della ricerca ambientale mondiale e agli amministratori delle infrastrutture sui dati sull’ambiente. La lettura di questa indagine è utile al fine di comprendere che cosa questa comunità percepisce come open data, quali siano le aspettative sulle funzionalità delle infrastrutture, quali siano le barriere e al medesimo tempo i fattori determinanti per la condivisione dei dati degli utenti.

Una vasta gamma di esempi di buone pratiche è emersa dalle interviste: c’è un’adozione diffusa dei principi della condivisione dei dati nelle infrastrutture digitali usate da questa comunità, ma con ampio margine di miglioramento in particolare sul piano delle politiche e degli indirizzi.

L’indagine ha visto la partecipazione di 80 paesi per un totale di 1248 risposte. I partecipanti erano data users, data providers, data managers,  provenienti prevalentemente dal mondo accademico. Le risposte, che riflettono anche i diversi ruoli degli intervistati, mostrano che quando si parla di dati aperti è determinante:

  •  avere informazioni sufficienti per valutare la qualità dei dati:
  •  avere metadati di buona qualità;
  •  facilitare l’accesso e il riuso dei dati;
  • avere una buona conoscenza delle licenze di uso, la qual cosa non è molto diffusa.

Con riferimento all’infrastruttura le funzionalità ritenute più importanti riguardano l’authorship, l’attribuzione e l’esistenza identificatori persistenti per le citazioni, mentre invece tematiche quali l’interoperabilità e la certificazione dell’infrastruttura non sono percepite come prioritarie.

L’indagine indica che i dati aperti appaiono fondamentali per l’avanzamento della ricerca; fra i  principali fattori  motivanti sono citati:

  • l’accelerazione della ricerca scientifica e delle sue applicazioni;
  • le motivazioni personali;
  • la disseminazione e il riconoscimento dei risultati della ricerca;
  • il committment personale ai dati aperti e le richieste da parte di altri utenti.

Seguono poi le policy degli enti finanziatori, quelle delle società professionali, delle istituzioni e quelle degli editori, citate ma meno determinanti. Altri fattori motivanti indicati da alcuni degli intervistati sono  il ranking dei dati, le citazioni e le metriche applicate ai dati.

A proposito delle barriere a pubblicare i dati aperti è emerso:

  • specialmente per i giovani ricercatori, il desiderio di pubblicare i risultati prima di rendere noti i dati;
  • gli  obblighi legali;
  • l’assenza di riconoscimento e di credito;
  •  la possibilità di interpretazioni e usi cattivi dei dati.

Tra i desideri invece è emersa la richiesta di migliorare l’accesso ai dati  sul clima di alcuni paesi (Cina, India, Russia, Asia, Sud America, Francia e in generale nelle aree in via di sviluppo), il contributo da parte dei repository OA, anche istituzionali, per i “long tail” data; l’accesso ai dati del settore privato e ai dati economici e la necessità di standard, ad esempio nell’ambito dell’oceanografia.

Sono poi esaminati  fattori motivanti e le barriere a seconda delle varie discipline e dei vari paesi.

Chiunque si occupi di dati della ricerca troverà la lettura delle sedici pagine dell’articolo interessante e ricca di spunti, sebbene limitata ad un’area disciplinare  ampia ma specifica.

La proposta della Max Planck Gesellschaft: una rivoluzione alle porte?

Paola Galimberti ha  pubblicato su Roars un articolo dal titolo  “La rivoluzione alle porte? grandi manovre in corso su editoria scientifica e Open Access“,  dedicato alla proposta della Max Planck Digital Library che avevamo già a suo tempo segnalato:

A circa 15 anni dall’avvio del movimento dell’accesso aperto i risultati non sono quelli sperati. Per quanto riguarda il modello gold open access (paga chi pubblica perché tutti possano leggere), in questo momento i costi risultano difficilmente sostenibili se si affiancano a quelli per gli abbonamenti. È possibile allora pensare a una transizione dell’intero sistema delle pubblicazioni scientifiche dal modello degli abbonamenti al modello open access senza ulteriori costi, trasformando quanto ora si paga per leggere (costo degli abbonamenti) in pagamento delle Article processing charges (APC) per pubblicare ad accesso aperto? Gli estensori del White Paper della Max Planck Gesellschaft Disrupting the subscription journals’ business model for the necessary large-scale transformation to open access pensano di sì a patto che questa transizione avvenga in maniera collaborativa e a livello globale. La proposta, senza dubbio rivoluzionaria, pone però una serie di interrogativi con cui è importante che le comunità scientifiche si confrontino…

È vitale che il nostro paese partecipi alla discussione, sia perché occorre valutare quanto il progetto sia sostenibile per le finanze dell’università italiana, sia – e soprattutto – perché una delle concause dell’aumento esorbitante dei costi degli abbonamenti noto ai bibliotecari come crisi dei prezzi dei periodici  è stata proprio la disattenzione – se non la complicità – dei ricercatori. Non possiamo rischiare che una crisi simile si ripresenti nuovamente, ma dalla parte degli autori – cioè che si cambi tutto per non cambiare niente, per quanto concerne la discriminazione economica all’accesso alla discussione scientifica e la proprietà dei metadati sulla base dei quali viene valutata la nostra ricerca.  Anche per questo l’articolo di Roars merita di essere letto: le università potrebbero spendere molto meglio il denaro che versano agli editori commerciali, se il problema della pubblicità della scienza e dei suoi costi diventasse una questione non solo amministrativa e bibliotecaria, ma in primo luogo di ricerca.

Per la libera riproduzione dei beni bibliografici e archivistici

Mentre l’anno scorso​ sono state rese libere e gratuite le fotografie per i turisti nei musei, a chi svolge attività di ricerca in archivi e biblioteche non è paradossalmente riconosciuto lo stesso privilegio, o gli è imposto un tariffario che, in presenza di strumenti personali come le fotocamere o gli smartphone,  appare del tutto irragionevole.

Nell’arco di un anno,  il movimento “Fotografie libere per i Beni Culturali” è riuscito a raccogliere oltre ​44​00 firme da parte di autorevoli studiosi italiani e no e a far parlare di sé su Left e sul Corriere della Sera. Ha inoltre promosso, nel maggio scorso,  una interrogazione parlamentare al Ministro Franceschini e ben due disegni di legge per la modifica del Codice dei Beni Culturali (art. 108), in modo che non solo divenga gratuita la  riproduzione con mezzo proprio di beni bibliografici e archivistici nel rispetto del diritto d’autore e della privacy, ma sia anche riconosciuta la libertà di pubblicare immagini di beni culturali in edizioni scientifiche e sulla rete (per finalità diverse dal lucro). Alla richiesta formale di concessione si sostituirebbe una semplice comunicazione per via telematica dell’intenzione di pubblicare l’ immagine, entro le 2000 copie e i 77 euro di prezzo di copertina,  all’istituto detentore del bene, con l’impegno di fornirgli una copia digitale della pubblicazione stessa.

Per quanto il MIBACT si sia già dichiarato disponibile a rivedere il Codice dei Beni Culturali, è importante che tutti gli interessati aderiscano alla raccolta di firme, ancora aperta qui.

Disciplina per l’accesso aperto dell’università di Napoli “Federico II”

Sono state rese pubbliche le linee di indirizzo della disciplina per l’accesso aperto dell’università di Napoli  “Federico II” e la relativa licenza di deposito.  Dopo l’università di Cagliari, la “Federico II” è il secondo ateneo del Sud a darsi una policy per l’accesso aperto.

Berlin 12 Conference: a New Momentun for Open Access

Sul sito della Max Planck Gesellschaft è disponibile un breve resoconto (in inglese e in tedesco)  della conferenza  Open Access, Berlin 12, “Staging the Open Access Transformation of Subscription Journals“,  che si  è tenuta a Berlino l’8 e il 9  dicembre 2015.

Il resoconto, dal titolo New Momentum for Open Access – Berlin Conference on the reorganisation of funding models for scholarly journals, riassume l’incontro in cui obiettivo era discutere come convertire le  riviste scientifiche dal modello di abbonamento all’accesso aperto. I risultati della discussione,  a cui hanno partecipato esperti da tutto il mondo (oltre 90 persone da 19 paesi),  saranno riportati  in una Expression of Interest,  in cui verrà fatto esplicitamente proprio  l’obiettivo di trasformare le riviste ad abbonamento in riviste ad accesso aperto; ai vari paesi verrà chiesto di sottoscrivere il documento  e di impegnarsi in questo senso.

Il documento sarà pubblicato nei primi mesi del 2016.

Anche l’ARL ha reso pubblico un suo resoconto, visibile qui.

Un successo modesto per l’OA: l’associazione delle università olandesi si accorda con Elsevier

L’Associazione delle Università nei Paesi Bassi (VSNU) ed Elsevier hanno raggiunto un accordo nel rinnovo del contratto che  scade a fine anno e che per alcuni mesi si era bloccato  per l’indisponibilità di Elsevier di venire incontro alle richieste relativamente all’inclusione dell’accesso aperto nella licenza connessa agli abbonamenti.

Il  nuovo contratto, in vigore dal gennaio 2016, prevede che  gli autori afferenti alle università olandesi contraenti potranno pubblicare ad accesso aperto in un numero selezionato di riviste Elsevier  senza dover pagare nessuna quota aggiuntiva.

I dettagli dell’accordo triennale (2016-2018)  sono ancora in fase di definizione.

“Si tratta di un passo avanti modesto” (“A modest Open Access Christmas deal in the Netherlands”)   dichiara la LERU,  ribadendo l’insostenibilità del modello economico dell’editoria scientifica e invitando chi non l’avesse ancora  fatto a firmare la petizione Christmas is over.